domenica 25 dicembre 2011

Full Metal Jacket - Tanti auguri Gesù Cristo!


Dopo quella in inglese, la versione in italiano. L'anno prossimo, se non hanno ragione i Maya, come teme la Pausini, dovrò inventarmi qualcosa di nuovo.

domenica 18 dicembre 2011

Cecil Taylor - All the Notes (Documentary)


Giusto per restare in argomento: Cecil nel suo vero appartamento (attuale), con gli occhiali scuri di notte e, infine, ballando. Quest'ultima cosa César Aira non se l'aspettava.

giovedì 15 dicembre 2011

Cecil Taylor, di César Aira (racconto graziosamente tradotto dal Dr. Caligari)

Alba a Manhattan. Con le prime luci, molto incerte, attraversa le ultime strade una prostituta nera che ritorna al proprio appartamento dopo una notte di lavoro. Spettinata, con occhiaie, il freddo dell’ora trasfigura la sua ubriachezza in stupida lucidità, uno sciupato distacco dal mondo.
Non è uscita dal suo quartiere abituale, per questo non le resta molta strada da percorrere. Il passo è lento; potrebbe star indietreggiando; qualsiasi distrazione potrebbe dissolvere il tempo nello spazio. Anche se in realtà desidera dormire, a questo punto neanche lo ricorda. C’è poca gente in giro; quei pochi che escono a quest’ora (o quelli che non hanno un posto da cui uscire) la conoscono e perciò non guardano i suoi tacchi altissimi, color violetta, la sua gonna stretta con il suo lungo spacco, né gli occhi che in ogni modo non guardano altri occhi, vetrosi o deboli. Si tratta di una strada stretta, un numero qualsiasi di strada, con case vecchie. Dopo vengono due isolati di costruzioni leggermente più moderne, però in condizioni peggiori; negozi, pigri condomini dai quali casca a terra una scala antincendio, un cornicione sporco. Superando un angolo si trova l’edificio dove dorme fino alla sera, in un appartamento in affitto che divide con due bambini, i suoi fratelli. Ma prima, succede qualcosa: si è formato un gruppo di nottambuli; una mezza dozzina di uomini riuniti in mezzo a questo vicolo guardano una vetrina. Sente curiosità per queste torbide statue. Nulla si muove in essi, neanche il fumo delle sigarette. A lei non ne sono rimaste. Avanza guardandoli, e come se fossero il punto che necessitava per riagganciarsi al filo al quale sostenersi, il suo passo diventa un poco più leggero, più sospeso. Quando arriva, neanche gli uomini la guardano. Ha bisogno di qualche instante per comprendere di cosa si tratti. Stanno di fronte ad un negozio abbandonato. Dietro la vetrina sporca c’è una penombra, e in essa casse polverose e macerie. Però c’è anche un gatto, e davanti a lui, di spalle al vetro, un topo. Entrambi gli animali si guardano senza muoversi, la caccia è arrivata alla sua conclusione, e la vittima non può fuggire. Il gatto tende con sublime parsimonia tutti i suoi nervi. Gli spettatori si sono trasformati in esseri di pietra, non più statue: pianeti, il freddo stesso dell’universo…La prostituta colpisce la vetrina con in portafogli, il gatto si distrae una frazione di secondo e questo basta al topo per scappare. Gli uomini si svegliano dalla contemplazione, guardano con disgusto la nera complice, un ubriaco le sputa, due la seguono…prima che termini di svanire l’oscurità ha luogo qualche fatto di violenza.

Dopo un racconto ne viene un altro. Vertigine. Vertigini retrospettive. Si avrebbe bisogno di un termine qualsiasi della serie affinché il seguente la rendesse interminabile. La vertigine produce angoscia. L’angoscia paralizza…e ci evita il pericolo che giustificherebbe la vertigine; avvicinarsi al bordo, per esempio, alla faglia profonda che separa un termine dall’altro. La paralisi è l’arte dell’artista, che vede succedersi gli avvenimenti. La notte termina, il giorno fa la stessa cosa: c’è qualcosa di imbarazzante nel lavoro in corso. I crepuscoli opposti cadono come fiches nelle scanalature del giaccio. Occhi che si chiudono definitivamente, sempre e ovunque. Pace. In ogni caso, esiste, e più percettibile di quello che potremmo desiderare, un movimento incontrollato, che produce angoscia negli altri e fornisce il modello della propria impossibile angoscia. La si chiama anche arte. L’arte è una moltiplicazione: stili, biblioteche, metafore, dispute, il quadro e il suo critico, il romanzo e la sua epoca…bisogna accettarlo come l’esistenza degli insetti. Esistono avanzi ovunque. Ma la vita, si sa, “è una sola”. Da ciò consegue che la biografia di un artista è impossibile; ci sono modi di provare che lo è: questi modi si confondono nella possibilità della biografia, da ciò torna a nascere la letteratura, e la situazione insopportabile si inserisce nel pensiero, l’operatore si inquieta e non vede più la successione degli scrupoli ma una proliferazione di modelli difficili da applicare. La biografia come genere letterario deriva dalla agiografia, ma i santi non lo sono, lo furono, proprio perché rinunciarono ai benefici biografici, raccolgono solo pochi avanzi rifiutati. D’altra parte, le agiografie non sono mai sole, formano sempre parte di una specie di collezione. La biografia tenderebbe al opposto, anche se il risultato fosse esattamente lo stesso. Chi si vanterebbe di sapere cos’è un avanzo, e di poter distinguerlo dal contrario. Nessuno che scriva, almeno.

Prendiamo le biografie degli artisti. Fanno perfettamente al caso. I bambini leggono le vite dei musicisti famosi, che sempre sono stati bambini musicisti; poi, si tratta di una “success Story”, il racconto di un trionfo, con la sua strategia spettacolare o segreta, le sue vendette, la sua trasparenza di lacrima di dinosauro. Sono meccanismi sottili, dentro la loro essenziale stupidità, che non restano a lungo nella memoria (salvo qualche dettaglio) ma per questo la deformano meno: le innestano grandi scivoli color arcobaleno, formando un panorama tanto pittoresco che la vittima si crede Proust, cosa che di per se stessa è un grazioso falso trionfo nella vita. Impossibile non diffidare di questi libri, soprattutto se sono stati l’alimento fondamentale delle nostre ingenuità passate e future. “Prima” esisteva il successo futuro, “poi” esistevano le sue deliziose ricompense, tanto più deliziose per essere state oggetto di precisissime profezie. I cattivi presagi hanno le decorazioni madreperlacee della perfezione, i buoni, sollevano il mondo con le mani e lo offrono agli astri. La Regina della Notte, in una parola, canta di giorno.

Esaminiamo un caso più prossimo. Quello di un grande musicista del nostro tempo, uno qualsiasi (sono molti). Cecil Taylor. Si potrebbe ben dire che egli sia il musicista più importante del secolo.

Formato anima e corpo in una musica di tipo popolare, il jazz, fin dal principio il suo vigore nel rinnovamento lo rese universale, forse l’unico genio che poté andare oltre Debussy: colui che poté consumare la musica come torsione sessuale della materia, l’atomista fluido di tutti i sensi e controsensi che costituiscono il gioco del pensiero nel mondo. E non smise mai di essere il miglior rappresentante della città del jazz, nei fatti egli è New York, la sovrimpressione del profilo dei grandi edifici nella immagine del pianista concentrato, con la musica come collegamento. Cos’altro è il realismo? Un epoca in cui certa gente è vissuta. Il jazz, una brezza eterna. La città miniaturizzata, in un diamante. È l’Egitto, ma anche una piccola tribù che spia. La nostra civilizzazione antropologica produce (o potrebbe produrre, con un’adeguata arte della narrazione) storie nelle quali, diciamo, due neri nudi si fanno a guerra in una giungla, si inseguono con i segni più sottili, il caso, la mobilità pura. E il jazz. Un’azione di sogni: situazioni. Tutto è situazioni, estasi romanzesca (non più di concetti). Secondo la leggenda, Cecil realizzò la prima registrazione atonale del jazz, nel 1956, due settimane prima che indipendentemente lo facesse Sun Ra.
(O fu il contrario?) Non si conoscevano fra loro, né conoscevano Ornette Coleman, che lavorava sulla stessa cosa all’altro lato del paese. Certamente, la storia registra i momenti senza dare dei valori per sé, giacché tutti loro (ed Eric Dolphy, Albert Ayler, Coltrane, e chi sa dire quanti altri) dimostrarono il proprio genio in maniera evidente durante i decenni che seguirono.


In tutti i modi, la Storia ha la sua importanza, poiché ci permette interrompere il tempo. In realtà, ciò che si interrompe con il procedimento sono le serie; più precisamente, la serie infinita; qualità quest’ultima che annulla qualsiasi importanza possa avere l’interruzione. La rende frivola, ridondante, leggera, come un colpo di tosse a un funerale. In questo punto si produce la seconda rottura, e ciò che era solo pensiero si gira all’improvviso mostrando una faccia imprevista: la Necessità si alza, manifesta, sovrana, imprescrittibile –e allo stesso tempo microscopica, volubile, stupida, neutra. L’interruzione è necessaria, ma è la necessità di un momento. Dal necessario ampliato nasce la “atmosfera”, essa sì è essenziale nel peso specifico di una storia. Mai si sottolineerà abbastanza l’importanza dell’atmosfera in letteratura. È l’idea che ci permette di lavorare con forze libere, senza funzioni, con movimenti in uno spazio che alla fine smette di essere questo o quello, uno spazio che riesce disfare le entità dello scrittore e dello scritto, il grande tunnel multiplo in pieno sole…Dunque, l’atmosfera è la condizione tridimensionale del regionalismo, e il mezzo della musica. La musica non interrompe il tempo. Al contrario.

1956. cominciamo di nuovo. A quell’epoca, un geniale musicista nero di poco più di trent’anni, prodigioso pianista e fine studioso dell’avanguardia musicale dl secolo, aveva consolidato il proprio stile, vale a dire la sua invenzione. Eccettuati un paio di jazzmen vicini al suo lavoro, nessuno poteva avere la benché minima idea di ciò che stava realizzando. Come avrebbero potuto farsela? La sua originalità risiedeva nella trasmutazione del piano, che da strumento passò ad essere nelle sue mani un metodo di composizione libera, istantanea. I denominati “grappoli tonali” con i quali si sviluppava la sua scrittura momentanea erano già stati utilizzati in precedenza da un musicista, Henry Cowell, anche se Cecil portò il procedimento a un tale livello che, a causa delle sue complicazioni armoniche, e soprattutto per la sistematizzazione della corrente sonora atonale in flussi tonali, non poteva essere comparato con nulla di esistente. Supponiamo che vivesse (si tratta del tipo di dati che ci vengono forniti dalle biografie) in un appartamento in rovina nel East End di Manhattan. Topi, di quelli che amano i nordamericani, una quantità indefinita e costante di scarafaggi, la stordita promiscuità di una vecchia casa con scale strette, sono il panorama originale. L'atmosfera. L'innecessario. Nel suo appartamento stava un piano che non sempre poteva far accordare a causa della mancanza dei quattordici dollari necessari, ed era un mobile ormai quasi postumo. Dormiva lì al mattino e in parte della sera, e usciva al tramonto. Lavorava come lava bicchieri in un bar. Aveva già registrato un disco (In Transition) e aspettava alcuni lavori temporanei in bar con pianoforte.

Certamente, sapeva che era necessario scartare l'idea di un successo immediato, e anche di un trionfo graduale, simile a dei circoli concentrici; non era così ingenuo. Però si aspettava, e ne aveva tutto il diritto, che presto o tardi il suo talento fosse celebrato. (Qui sta una verità e un errore: è vero che oggi è apprezzato in tutto il mondo, e chi ha ascoltato i suoi dischi nel corso degli anni con amore e una ammirazione senza limiti sarebbe l’ultimo a metterlo in dubbio; ma c’è anche un errore, un errore di tipo logico, e questa storia ha l’intento di mostrare, senza enfasi, la proprietà dell’errore. Chiaramente nulla conferma la necessità di questa storia, che non è altro che un capriccio letterario. Succede che una volta immaginata, diventa in un certo qual modo necessaria. Anche la storia della prostituta che spaventò il topo non è necessaria, ciò non vuol dire che la grande serie virtuale delle storie sia innecessaria nel suo complesso; e invece lo è. Quella d Cecil Taylor è una vecchia favola: le conviene il modo dell’applicazione. L’atmosfera non è necessaria…Ma come udire la musica senza un’atmosfera?)

Il bar con pianoforte in questione risultò essere un locale nel quale andavano musicisti e drogati. L’artista si predispose a un’accoglienza fluttuante fra l’indifferenza e l’interesse; scartava lo scandalo, in quest’ambiente. Si predispose a che l’indifferenza fosse il piano, e l’interesse un punto: il piano poteva coprire il mondo come una tendone di carta, l'interesse era puntuale e reale come un “buongiorno” fra pesci. Si preparava per l'incongruenza riguardante le grandi geometrie. La casualità del pubblico poteva fornirgli di un sospetto di attenzione: nessuno sa ciò che cresce di notte (egli avrebbe suonato dopo mezzanotte, il giorno seguente in realtà), e ciò che uno fa non sfugge mai totalmente all'attenzione. Ma questa volta non fu così. Con sua grande sorpresa, l'opportunità si rivelo esattamente “mai”. Scherno invisibile liquefatto in risatine non udibili. Così passò la serata, e il proprietario cancellò la seconda presentazione prevista per la notte seguente, anche se non l'aveva pagata. Ovviamente, Cecil non discusse con lui la sua musica. Non ne vide l'utilità. Si limitò a tornare con i topi.

Due mesi più tardi, la sua distratta routine di lavoro (non era più lava bicchieri ma impiegato in una stazione di servizio) fu interrotta una volta ancora da un contratto verbale per suonare in un bar, una sola serata questa volta, e a metà settimana. Il bar era simile al precedente, forse peggiore, e il pubblico non differiva; era perfino possibile che qualcuno che era stato presente alla precedente serata fosse anche qui. Questo giunse a pensare, illuso. La sua musica suonò nelle orecchie di una decina e mezza di musicisti, drogati e alcolizzati, perfino forse nelle belle orecchie nere, bocciolo di rosa, di una donna vestita di raso: una mantenuta, dall’eroina. Non ci furono applausi, qualcuno rise pesantemente (di qualcos’altro, sicuramente) e il proprietario del bar non si disturbò neanche a dirgli buonanotte, perché avrebbe dovuto farlo?, Ci sono momenti così, nei quali la musica resta senza commenti. Si ripromise, senza motivo, di tornare in un’altra occasione al bar (qualche volta l’aveva frequentato, come ascoltatore) per immaginarsi comodamente la posizione dell’essere umano davanti alla musica: il pianista consumato, la successione di vecchie melodie, lente e spaziate. Non lo fece mai, credette non ne valesse la pena. Si considerava una persona sprovvista di immaginazione. Trascorsa una settimana, la rappresentazione di questo fiasco si fuse con quella del precedente, ciò gli produsse una certa sorpresa. Si trattava di una ripetizione? Non aveva motivi per crederlo, e ciò nonostante la realtà si mostrava così semplicemente.

Un giorno incontrò per strada un ex compagno di studi alla Advanced School of Music di Boston, un neoclassicista. Cecil si burlava in segreto di Stravinsky? Tutti i neri disprezzano i russi, questo è un fatto? Un paio di frasi, e l’altro restò vagamente impressionato per il tono sibillino della voce del suo conoscente, il sussurro, il berretto di lana. (Se invece di essere una nullità, l’ex compagno di scuola fosse diventato qualcuno, avrebbe annotato il fatto nella sua autobiografia, moltissimi anni dopo).

Tre mesi più tardi, una conversazione all’alba ad un tavolo del Village Vanguard portò a una offerta di presentarsi lì una notte, come complemento a un gruppo famoso. Abbandonò il suo impiego alla stazione di sevizio e lavorò per dieci ore al giorno al suo pianoforte (aveva traslocato in un appartamento in una vecchia casa di prostitute in Bleeker Street) durante la settimana che lo separava dalla sua presentazione. Al V.V. veniva la crema del mondo del jazz. Era convinto che in quel momento si sarebbe formato il primo cerchio, anche se piccolo come un punto, dal quale si sarebbe irradiata la comprensione della sua attività musicale, e conseguentemente l’attività stessa.

Arrivò la notte in questione, salì sul palco dove stava il piano quando glielo dissero, e attaccò…
Ci furono solo applausi condiscendenti: “almeno ha sudato”. Questo lo sconcertava. Dietro le quinte stavano alcuni musicisti che distolsero lo sguardo con un sorrisetto da scimmia. Andò a sedersi al tavolo dove stavano i suoi conoscenti, che parlavano d’altro. Uno gli prese il gomito e inclinandosi verso di lui scosse lentamente la testa a destra e a sinistra. Con una grande risata, qualcuno proruppe in un: “dopo tutto, perlomeno è terminato”. Il critico di jazz più importante dell’epoca stava seduto alcuni tavoli più in là. Quello che aveva scosso la testa andò a conversare con lui e torno con questo messaggio:
-Sinhué –così chiamavano il critico fra loro- ha fatto un sillogismo chiaro come un cielo senza nubi: il jazz è una forma di musica, pertanto è una parte della musica. Come lo fa in nostro buon Cecil non è musica, nemmeno può aspirare alla categoria di jazz. Secondo lui, secondo quello che intendo io, che sono un autodidatta, non si può avanzare verso il jazz se non dall'imbuto del generale, vale a dire non ci sarebbero particolarità che possano relazionarsi per analogia con il jazz.

Non tentò nessuna confutazione, evidentemente questo imbecille non sapeva nulla di musica, cosa che non poteva sorprenderlo. Egli, dal canto suo, non capiva neanche una parola delle sue argomentazioni, o meglio detto delle convinzioni sulle quali si appoggiavano le sue argomentazioni. Aspettò intontito che qualcuno dei musicisti che aveva intravisto gli facesse sapere qualcosa. Non fu così. Di fatto, non poteva essere sicuro che ci fosse alcun musicista di quelli che credeva aver visto, poiché era molto miope e usava delle lenti scure che con la scarsa luce del salone confondevano qualsiasi riconoscimento. Ma, quando tornò a pensare alla situazione nei giorni seguenti, comprese che da nessuno doveva aspettarsi meno riconoscimento esplicito che dai suoi colleghi. Si sarebbe visto obbligato ad ascoltare all'infinito musica altrui fino a riconoscere una nota, un piccolo solfeggio amichevole, un “Hi” come quelli che si scambiavano quando tornavano dal bagno dopo una dose? Non aveva fatto altro nella sua vita, e amava il jazz.

Passarono varie settimane. Lavorò facendo le pulizie in una banca, come guardia in un edificio di uffici e in un parcheggio. Una notte gli presentarono qualcuno che prese il suo indirizzo per il più futile dei motivi: la signora Vanderbilt contrattava pianisti per i propri tè. Effettivamente, fu chiamato dopo pochi giorni: apparentemente le sue credenziali erano state verificate e approvate. Arrivò alle sei della sera nella villa di Long Island e prese una tazza di caffè con gli inservienti, che apparentemente si facevano una idea strana del suo lavoro. Un cameriere venne ad annunciargli che poteva cominciare la sua interpretazione. Si mise di fronte a un perfetto Steinway semiaperto, in una sala ove una elegante quantità di persone di ambo i sessi beveva e conversava. La sua esecuzione duro venti secondi scarsi poiché la signora Vanderbilt in persona, con una condotta che gli esperti qualificarono come snob, si avvicinò (lo snob della cosa fu che non ordinò al cameriere di farlo) e con grande lentezza chiuse il coperchio sopra i tasti. Cecil aveva già allontanato le mani.
- Faremo a meno della sua compagnia – gli disse facendo tintinnare le perle. Non è tanto difficile come si crede, far tintinnare le perle.
Gli invitati applaudirono Gloria.

- Avrei dovuto supporre che sarebbe successo qualcosa così - diceva Cecil al suo amante quella notte? Però avrei dovuto anche supporre che la stranezza stessa, invece di attraversare la corazza di ignoranza della gente, servisse come una vaselina affinché l’impenetrabilità della corazza girasse su se stessa e si rendesse inutile. La mia musica ha molti aspetti, e io solamente conosco quelli musicali. La vita è piena di sorprese.

A primavera ebbe un nuovo contratto, questa volta per una settimana intera, in un bar le cui caratteristiche più visibili erano le folate di importanza nulla che veniva conferita alla musica che vi veniva suonava. Vecchie nere, ex schiave, vi suonavano la mattina, su pianoforti antiquati. Il padrone si occupava soltanto del traffico di eroina, era qualche giovane inserviente che si metteva d’accordo con i pianisti. Cecil avrebbe suonato a mezzanotte, per due ore. La gente entrava e usciva, non poteva sperare che nessuno, fra un acquisto e una vendita, o fra l’acquisizione e l’uso, avesse l’animo abbastanza libero per apprezzare una forma genuinamente nuova di musica. Con questa prospettiva si sedette al piano.

Dopo non più di due o tre minuti della sua esecuzione si avvicinò da dietro il proprietario del bar, agitando la mano che non teneva la sigaretta.
-Shh, shh – gli disse quando fu al suo fianco-. Preferirei che non continuassi, figlio mio.
Cecil ritrasse le mani dalla tastiera. Alcuni habitué applaudirono ridendo. Salì una signora nera che cominciò a suonare Body & Soul. Il proprietario allungò un biglietto da dieci dollari allo smarrito musicista, ma quando questi stava per prenderlo ritirò la mano.
-Non avrai voluto prenderci in giro?
Era un individuo pericoloso. Poteva pesare novanta chili, vale a dire cinquanta più di Cecil, che se ne andò senza aspettare altri rimproveri.

Cecil era una specie di folletto, elegante nonostante la sua miseria, sempre in velluto e cuoi bianchi, scarpe a punta adatte al suo corpicino piccolo, muscoloso. Poteva giungere a perdere due chili in una serata di improvvisazione al suo vecchio piano. Straordinariamente distratto, leggero, volatile, quando si sedeva e incrociava le gambe (pantaloni larghi, camicia immacolata, gilet di tessuto) era ridondante come un ninnolo; lo stesso quando si accendeva una sigaretta, ossia quasi sempre. Il fumo era il bosco nel quale questo folletto aveva la sua residenza, all’ombra di una ragnatela umida.

Quella notte camminò per le profonde strade del sud dell’isola, pensando. C’era qualcosa di curioso: l’attitudine del grosso irlandese che vendeva eroina non differiva granché da quella che aveva mostrato poco prima la signora Vanderbilt. Ma entrambi i personaggi non si assomigliavano per nulla. Se non in questo. Era quello, l’atto di interromperlo, il comune denominatore della specie umana? D’altra parte, nelle ultime parole di quel soggetto trovava qualcosa di più, qualcosa che adesso ricostruiva nel ricordo di tutte le sue sfortunate esibizioni. Gli chiedevano sempre se lo facesse per scherzo o no. Certamente la signora Vanderbilt, per esempio, non si era degnata di chiederglielo, però in generale aveva supposto l’esistenza della domanda; più ancora, si sarebbe detto che la sua indignazione fosse più che altro dovuta all’insolenza di renderle necessario dover rivolgere, esplicitamente o tacitamente, quella domanda a un nero. Lei avrà detto “non lo so, né me ne importa”. Ma in un certo modo aveva mostrato che le importava. Cecil si chiese perché fosse possibile chiedere ciò a lui, e la domanda stessa non era pertinente rispetto a tutto il resto. Per esempio egli mai avrebbe chiesto alla signora V. se facesse ciò che faceva (qualsiasi cosa fosse) sul serio o per scherzo. Lo stesso valeva per il proprietario del bar di quella ultima notte. C’era qualcosa riguardante il suo lavoro che provocava quella interrogazione.

La signora Vanderbilt, d’altra parte, era protagonista di un famoso aneddoto, che veniva citato da quasi tutti i libri di psicologia scritti negli ultimi anni. In una certa occasione aveva voluto rallegrare una cena con musica di violino. Chiese chi fosse il miglior violinista a mondo: perché una come lei avrebbe dovuto pagare per qualcosa di meno? Fritz Kreisler, le dissero. Lo chiamò al telefono. Non tengo concerti privati, disse lui: i miei onorari sono troppo alti. Questo non è un problema, rispose la signora: quanto? Diecimila dollari. D’accordo, la aspetto per questa sera. Ma c’è un ulteriore dettaglio, signor Kreisler: lei cenerà in cucina con la servitù, e non dovrà intrattenersi con i miei invitati. In questo caso, disse lui, i miei onorari sono altri. Nessun problema: quanto? Duemila dollari, rispose il violinista.

I comportamentisti amavano quel racconto, e avrebbero continuato ad amarlo tutta la vita, raccontandoselo instancabilmente fra loro e trascrivendolo nei loro libri e articoli…pero l’aneddoto suo, di Cecil, potrà mai amarlo qualcuno, potrà mai raccontarlo qualcuno? Non dovrebbero avere successo anche gli aneddoti, affinché qualcuno li ripeta?

Quell’estate fu invitato, insieme a una legione di musicisti, a partecipare al festival di Newport, che avrebbe dedicato un paio di giornate, la sera, alla presentazione di artisti nuovi. Cecil rifletté: la sua musica, essenzialmente nuova, sarebbe stata una sfida in quel contesto. Per la prima volta si sarebbe fatto ascoltare in un concerto, non nello sgradevole ambiente distratto dei bar (anche se tutti i grandi del jazz avevano avuto successo nei bar). Quindi, arrivato il momento, la sua esibizione ebbe luogo in un clima di grande freddezza. Non ci furono applausi, e i pochi critici presenti si ritirarono in corridoio a fumare una sigaretta in attesa dell’artista seguente. In una delle poche cronache venne menzionato, ma come una stravaganza. “Non era musica”, dicevano, laconici, gli intenditori.
Mentre gli altri si chiedevano se fosse stato uno scherzo. Il cronista di Down Beat proponeva la domanda (sotto una luce ironica, chiaramente) come un paradosso: se suoniamo a caso la tastiera di un piano…In breve, una riedizione del paradosso chiamato “del cretese”. La musica, pensava Cecil, non è paradossale, ma quello che a me succede è in certo modo un paradosso. Ma non esistono paradossi di questo tipo, non possono esistere. Questo è il paradosso del mio caso.

Nei mesi che seguirono si esibì in una mezza dozzina di bar, sempre diversi visto che il risultato era identico in tutti i casi, e ci furono due inviti: prima in una università, poi in un ciclo di artisti di avanguardia nella Copper Union. Nel primo caso Cecil si recò con una speranza fluttuante che andò sprecata (la sala si svuotò in pochi minuti una volta iniziata la esibizione e il professore che lo aveva invitato fu obbligato a un difficile gioco di prestigio per giustificarsi, e da allora lo odiò), ma almeno servì per verificare un altro piccolo dettaglio. Un pubblico selezionato è un pubblico snob. Lo snobismo è un segreto di pulcinella che tutti tacciono. Il pubblico universitario non aveva motivo di “comprendere” la musica; non diciamo di “apprezzarla”, perché questo non lo riguardava. Ma a sua volta attuava una pressione (essi stessi erano questa pressione) affinché venisse compresa.
La menzogna trovava la sua difficile atmosfera ideale, il malinteso avrebbe potuto restare a vivere per sempre in quelle aule. Una piccola percentuale di menzogna, per piccola che fosse, poteva sorreggere la verità indiscutibile del reale. Chi ci assicura, in fin dei conti, che realmente siamo vestiti nel senso che importa, che i pantaloni e le camice e le cravatte non sono osceni? Quindi, la sua esibizione non produsse nulla di tutto ciò. Allora lo snobismo non esiste? Se era così, tutto l’edificio mentale accessorio di Cecil crollava. Non avrebbe mai potuto comprendere il mondo.

Nella Copper Union l’esperienza fu ancora meno gratificante. I musicisti di avanguardia che presentavano le proprie opere insieme a lui erano nella posizione ideale per determinare cosa fosse musica e cosa non lo fosse, poiché essi stessi si trovavano sul confine interno della musica, nella sua area di ampliamento sistematico. Ma nemmeno in questo caso la posizione ideale originò il giudizio corretto. Dell’opera del jazzman nero solo poterono dire due cose: che per il momento non era musica (vale a dire, che mai lo sarebbe stata) e che sorgeva loro casualmente il dubbio che non stessero assistendo a una specie di scherzo.

Cecil lasciò uno dei suoi impieghi abituali e con qualche risparmio passò i mesi invernali studiando e componendo. In primavera ebbe un contratto per qualche giorno, in un bar di Brooklin, ove si ripeté quello che succedeva sempre, ciò che era accaduto quella prima sera. Mentre stava tornando a casa in treno, nel movimento, il passaggio delle stazioni immobili, produsse in lui uno stato propizio al pensiero. Allora si accorse che la logica di tutta la questione era perfettamente chiara, e si chiese perché non lo aveva visto prima: in effetti, in tutte le storie con le quali Hollywood gli aveva fatto il lavaggio del cervello c’è sempre un musicista che al principio non viene apprezzato e alla fine sì. Lì stava l’errore: nel passaggio dall’insuccesso al trionfo, come fossero il punto A e il punto B uniti da una linea. In realtà l’insuccesso è infinito, poiché è infinitamente divisibile, cosa che non succede col successo.

Supponiamo, si diceva Cecil nel vagone vuoto alle tre di notte, che per giungere a essere riconosciuto debba esibirmi davanti ad un pubblico il cui coefficiente di sensibilità e intelligenza abbia superato la soglia X. Quindi, se comincio esibendomi, diciamo, davanti ad un pubblico il cui coefficiente sia la centesima parte di X, poi dovrò passare ad un pubblico il cui coefficiente sia la cinquantesima parte di X, poi ad uno con la venticinquesima parte di X…e così all’infinito.

“In modo che mentre continua la serie, sempre fallirò, perché mai avrò il pubblico con la qualità minima necessaria. È tanto ovvio!”

Sei mesi dopo fu contrattato per suonare in un buco ove erano presenti turisti francesi.

Si presentò poco prima di mezzanotte. Seduto sullo sgabello, stirò le mani verso i tasti, attaccò con una serie di accordi…alcuni sghignazzi risuonarono senza enfasi. Il maitre gli face cenno che scendesse, con gesti allegri. Avevano già deciso che fosse uno scherzo? No, erano ragionevolmente disgustati. Salì immediatamente, per rimediare la situazione, un pianista nero di circa quarant’anni. Nessuno disse nulla a Cecil, ad ogni modo aspettò che gli pagassero una parte di quanto pattuito (sempre lo facevano) e restò a guardare e ascoltare il pianista. Riconosceva lo stile, qualcosa di Monk, qualcosa di Bud Powell. La musica lo commuoveva. Un pianista convenzionale, pensò, stava maneggiando sempre la musica nella sua forma più generica. Effettivamente, gli diedero venti dollari, alla condizione che mai più tornasse a chiedere lavoro.

martedì 13 dicembre 2011

CAN - Bring Me Coffee or Tea


Visto che è appena stata pubblicata l'edizione speciale per il quarantesimo anniversario dall'uscita dell'album Tago Mago, ecco un brano che affronta uno dei massimi dilemmi esistenziali: tè o caffè?

Holger Czukay: basso, contrabbasso, ingegneria del suono, produzione
Michael Karoli: chitarra, violino, mandolino
Jaki Liebezeit: batteria, percussioni, contrabbasso, fiati
Irmin Schmidt: tastiere, sintetizzatore, percussioni, voce
Damo Suzuki: voce, percussioni, fiati

martedì 6 dicembre 2011

Peter Brötzmann Quartet - improvisation (1974, Varsavia)


Qualcosa di vivace.

Peter Brötzmann - tenor saxophone, clarinet, mouthpiece
Alexander von Schlippenbach - piano, prepared piano
Peter Kowald - contrabass
Paul Lovens - drums, percussion